Reportage

Reportage/India

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Familismo nel subcontinente indiano. L’antitesi di un sistema legalista

India,Foto 23 filatura Rajasthan. A Mount Abu, la Blue Lotus (il nome è inventato, la storia no) è una guest house completamente sui generis. Fortuna esserci arrivati. La sera discuto con Rajendra, il proprietario, un ricco imprenditore che ha acquistato  questo posto pensando di adibirlo a residenza delle sue vacanze, ma poi ha finito per accogliervi gente in quantità, che arriva tutta dalla sua Ahmedabad (la capitale del Gujarat). Come da Torino si va sulla Riviera di Ponente, come da Bologna si va in Dolomite.

Parla del lavoro in India, Rajendra. Il discorso si allarga a tutta la vasta regione, al subcontinente, dove la mentalità e il costume sono gli stessi. E’ lui a cominciare, a sfogarsi. Qui c’è sfruttamento, dice lui per primo. Io annuisco e basta, ascolto. Qui la gente lavora fisso 12 ore, soggiunge, se chiedo che ne facciano 14 lo ottengo senza problemi, né qualcuno pretende che gli si paghino straordinari. C’è una enorme fedeltà al datore di lavoro, inquesto caso davvero al padrone, e grandi rispetto e timore. Una deferenza di tipo atavico: anche se le opinioni differiscono qui nessuno si mette a discutere.

Certo da voi in occidente, dove ogni cosa è stabilita per legge, è meglio – prosegue Rajendra. Ma qui tutto è regolato in altro modo. La gente si aspetta, per esempio, che in cambio della fedeltà io mi prenda cura del mio personale. Se lo aspetta la società tutta. Non ci sono contratti, è vero, ma io non licenzio nessuno. Se uno del mio staff ha bisogno di 10.000 rupie per la famiglia, o per motivi suoi, è a me che viene a chiederle, ed io semplicemente gliele do. Che figura ci farei se non lo facessi? (Qui, non mi metto ad approfondire se poi in tal modo il lavoratore contragga un debito, ma è chiaro che funziona così – e se il padrone ha pochi scrupoli? A chi resta il coltello dalla parte del manico?).

E comunque. Dovessi licenziare qualcuno, aggiunge Rajendra, magari per risparmiare 10.000 rupie dopo 10 anni di servizio alle mie dipendenze, allora sì che tutti penserebbero ogni male di me. Il ragionamento, in sintesi: da voi è meglio, è vero, ma da noi il fattore umano conta ancora parecchio – forse di più. 

In India, Nepal, Pakistan, Bangladesh, se stiamo ai fatti, funziona così. Purtroppo, sono anche meccanismi che aprono la strada alle malversazioni, rinforzano un’atavica sfiducia nello stato e nelle leggi (a meno che a dettarle non siano i potenti), e fanno assomigliare tante relazioni laborali a situazioni  piccolo mafiose. O per meglio dire, contribuiscono a uno stato delle cose familista, e già strutturalmente proto-mafioso.

Reportage/Ladakh

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T.T. Namgail a Hemis Shupkachan

Tzering Tundup Namgail, detto T.T., vive a Hemis Shupkachan, un bel villaggio agricolo del Ladakh a quasi 4000 metri, a ridosso della Valle dell’Indo. Da almeno vent'anni il villaggio, in precedenza raggiungibile solo a piedi o a dorso di mulo, è servito da autobus giornaliero. La strada era rimasta a lungo sterrata (in parte lo è ancora). Ma quest'anno l'asfalto - he in India avanza implacabile dappertutto, di anno in anno - ha raggiunto anche Hemis.

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